NEWS ED EVENTI
NEWS ED EVENTI
Olio ed economia
1 Luglio 2020 L’impatto della pandemia sul settore dell’olio in Italia
24 Giugno 2020 Il biologico nell’era post-Covid: focus sulla filiera olivicola italiana
27 Febbraio 2020 Olio su Tavola: i capolavori dell’extravergine approdano “in piazza”
30 Gennaio 2020 Riflettori puntati sull’olio a Fieragricola
11 Dicembre 2019 OLIO EVO E TERRITORIO
4 Novembre 2019 “OLIO SU TAVOLA – I Capolavori dell’Extravergine” diventa una web-serie e uno spot
30 Ottobre 2019 EVO TASTING EXPERIENCE – Alba, dal 27 ottobre al 24 novembre 2019
29 Ottobre 2019 EXTRAVERGINE TOUR – FICO Bologna, dal 26 ottobre 2019 al 19 aprile 2020
25 Ottobre 2019 EXTRAVERGINE TOUR: inaugura a FICO la kermesse degli oli extravergine italiani
14 Ottobre 2019 L’extravergine di qualità protagonista alla fiera internazionale del tartufo bianco

16 Dicembre 2019

Olio ed economia


I numeri dell’extravergine

Olio extravergine d’oliva ed economia: proviamo a fare il punto della situazione, partendo dai numeri dell cosiddetto ”oro verde”.

Una filiera complessa

Una filiera complessa
Il settore olivicolo-oleario vive di narrazioni confuse e spesso contraddittorie. Le difficoltà che incontra sono dovute soprattutto all’incapacità di dotarsi di un progetto nazionale, a una struttura polverizzata (e quindi non in grado di proporre istanze decodificabili) e alla coesistenza di mercati differenti.

Il settore olivicolo-oleario vive di narrazioni confuse e spesso contraddittorie. Le difficoltà che incontra sono dovute soprattutto all’incapacità di dotarsi di un progetto nazionale, a una struttura polverizzata (e quindi non in grado di proporre istanze decodificabili) e alla coesistenza di mercati differenti.

In Italia ci sono circa 820.000 aziende e 5.000 frantoi per 1 milione di ettari di superficie. Solo il 37% delle aziende olivicole sono specializzate (olive come produzione prevalente), mentre il 72% dei frantoi molisce meno di 5.000 quintali di olive (corrispondenti a circa 800 quintali di olio prodotto).

I produttori sono distribuiti al 50% tra Puglia, Calabria e Sicilia, mentre Campania, Lazio e Toscana rappresentano ciascuna il 4-5% dell’offerta nazionale.

Altri numeri: sono oltre 500 le cultivar (ossia le varietà olivicole italiane) e numerose le Dop e le Igp (rispettivamente 42 e 4).

Questi numeri esprimono solo in parte le potenzialità della filiera, legate alla forte connotazione culturale del prodotto e al suo intimo legame con il territorio, alla ricchezza in termini di biodiversità e alle benefiche implicazioni salutistiche, sino all’impatto sul paesaggio e alla sostenibilità ambientale della coltura. Si tratta di plus che in rare occasioni si riescono a riscontrare contemporaneamente attorno a un unico prodotto.

Consumi elevati non soddisfatti dalla produzione interna

L’Italia è il Paese che importa più olio d’oliva al mondo – accentrando circa un terzo degli acquisti mondiali – ed è il secondo esportatore dopo la Spagna, che movimenta metà degli scambi internazionali. Il nostro Paese, infatti, gioca un ruolo importante nell’ambito della trasformazione industriale, specializzata nella produzione di blend di oli di diversa provenienza e caratteristiche.

A fronte di una crescita del 33% del mercato mondiale negli ultimi dieci anni, la Spagna ha mostrato un incremento superiore, mentre le vendite dell’Italia sono rimaste sostanzialmente immutate.

In conseguenza di un livello di consumo nettamente superiore alla produzione interna, l’Italia è fortemente dipendente da altri Paesi per soddisfare il proprio fabbisogno. Insomma, produciamo meno di quanto consumiamo, anche se la produzione – che aveva subito un forte calo nel 2018 – è in miglioramento (l’Ismea stima per l’Italia una crescita dell’84% nell’arco del 2019).

Si tratta di una filiera con due volti diversi: da una parte oli extravergine di qualità (nel cui ambito si collocano quelli a marchio Dop/Igp, che costituiscono quasi il 40% degli oli di qualità riconosciuti in Unione Europea), dall’altro extravergine industriali. che occupano uno spazio importante negli scambi con l’estero.

I prezzi nella gdo

Gli acquisti dei consumatori passano per l’84% attraverso le casse dei supermercati, dove la pressione promozionale è molto alta. Le differenze di prezzo sullo scaffale sono facilmente visibili, passando da 3-4 euro/litro sino a 11-12 euro/litro.

Negli ultimi anni il prezzo medio all’interno di super e ipermercati è cresciuto notevolmente, grazie a un’offerta che si è spostata verso le principali certificazioni (bio, dop/igp) e i prodotti del territorio. Nonostante ciò, la grande variabilità del prezzo medio determina una notevole confusione nel consumatore, che non riesce a capire a cosa attribuire questa grande variabilità e quale possa essere un livello di prezzo adeguato.

Considerando le principali voci di costo delle aziende agricole, rappresentate dai carburanti, dalla manodopera e dalle concimazioni, e dei frantoi (consumo idrico ed energetico, smaltimento dei rifiuti, oltre alla materia prima) il prezzo di un extravergine di oliva nazionale non potrebbe mai essere troppo basso.

Diverso è il discorso per gli oli di origine estera, per i quali occorre considerare la pressione competitiva della Spagna in ambito internazionale, a cui si aggiunge quella di altri competitor (Argentina, Cile, Australia), data dai grandi volumi, da differenti sistemi di coltivazione, oltre che da una maggiore efficienza dell’intera filiera.

Acquistare olio Evo

Spostando l’attenzione al solo mercato interno, l’olio Evo mostra grandi potenzialità, se si considera che l’80% dei consumatori presta attenzione alla provenienza del prodotto e che il 93% giudica quello della propria regione (o nazionale) superiore.

L’olio italiano o di provenienza regionale, quindi, presenta un grande margine di miglioramento in termini di apprezzamento e diffusione. Il passo in avanti da fare consiste nel mettere in luce alcuni aspetti, considerati importanti dalla maggior parte delle persone: dall’origine alla tracciabilità, dalle caratteristiche sensoriali al marchio di qualità, dagli aspetti nutrizionali alla marca e alla sostenibilità. Tutto concorre a generare conoscenza intorno a quello che non a caso è chiamato “oro verde”.

Il consumatore, infatti, non possiede le competenze per valutare la qualità dell’olio; nemmeno il gusto è uno strumento valido: si tende infatti a bollare come negativi gli oli amari o piccanti e a ritenere migliori quelli verdi e dolci. Scelte, dunque, che si rifanno a sensazioni soggettive e non a vere conoscenze nell’ambito. In una situazione di scarsa conoscenza come questa, risulta difficile valorizzare il prodotto e, conseguentemente, l’elemento di scelta è spesso rappresentato dal prezzo.

Da alcune analisi, risulta che il 40,5% è molto interessato ad approfondire le conoscenze sul mondo dell’olio d’oliva, soprattutto i giovani dai 25 ai 34 anni, più attenti a elementi legati all’esplorazione del gusto, la salute, il benessere e il regime nutrizionale controllato.

Le indagini Ismea rivelano che questa maggiore ricerca di informazioni ha finito con il dilatare il tempo di scelta trascorso davanti allo scaffale;si tratta di un’indecisione positiva, da parte di una quota sempre più importante di consumatori che vogliono conoscere di più sui prodotti che hanno un costo maggiore. Occasioni da cogliere al volo per la valorizzazione del made in Italy.

16 Dicembre 2019

Olio ed economia


I numeri dell’extravergine

Olio extravergine d’oliva ed economia: proviamo a fare il punto della situazione, partendo dai numeri dell cosiddetto ”oro verde”.

Una filiera complessa

Una filiera complessa
Il settore olivicolo-oleario vive di narrazioni confuse e spesso contraddittorie. Le difficoltà che incontra sono dovute soprattutto all’incapacità di dotarsi di un progetto nazionale, a una struttura polverizzata (e quindi non in grado di proporre istanze decodificabili) e alla coesistenza di mercati differenti.

Il settore olivicolo-oleario vive di narrazioni confuse e spesso contraddittorie. Le difficoltà che incontra sono dovute soprattutto all’incapacità di dotarsi di un progetto nazionale, a una struttura polverizzata (e quindi non in grado di proporre istanze decodificabili) e alla coesistenza di mercati differenti.

In Italia ci sono circa 820.000 aziende e 5.000 frantoi per 1 milione di ettari di superficie. Solo il 37% delle aziende olivicole sono specializzate (olive come produzione prevalente), mentre il 72% dei frantoi molisce meno di 5.000 quintali di olive (corrispondenti a circa 800 quintali di olio prodotto).

I produttori sono distribuiti al 50% tra Puglia, Calabria e Sicilia, mentre Campania, Lazio e Toscana rappresentano ciascuna il 4-5% dell’offerta nazionale.

Altri numeri: sono oltre 500 le cultivar (ossia le varietà olivicole italiane) e numerose le Dop e le Igp (rispettivamente 42 e 4).

Questi numeri esprimono solo in parte le potenzialità della filiera, legate alla forte connotazione culturale del prodotto e al suo intimo legame con il territorio, alla ricchezza in termini di biodiversità e alle benefiche implicazioni salutistiche, sino all’impatto sul paesaggio e alla sostenibilità ambientale della coltura. Si tratta di plus che in rare occasioni si riescono a riscontrare contemporaneamente attorno a un unico prodotto.

Consumi elevati non soddisfatti dalla produzione interna

L’Italia è il Paese che importa più olio d’oliva al mondo – accentrando circa un terzo degli acquisti mondiali – ed è il secondo esportatore dopo la Spagna, che movimenta metà degli scambi internazionali. Il nostro Paese, infatti, gioca un ruolo importante nell’ambito della trasformazione industriale, specializzata nella produzione di blend di oli di diversa provenienza e caratteristiche.

A fronte di una crescita del 33% del mercato mondiale negli ultimi dieci anni, la Spagna ha mostrato un incremento superiore, mentre le vendite dell’Italia sono rimaste sostanzialmente immutate.

In conseguenza di un livello di consumo nettamente superiore alla produzione interna, l’Italia è fortemente dipendente da altri Paesi per soddisfare il proprio fabbisogno. Insomma, produciamo meno di quanto consumiamo, anche se la produzione – che aveva subito un forte calo nel 2018 – è in miglioramento (l’Ismea stima per l’Italia una crescita dell’84% nell’arco del 2019).

Si tratta di una filiera con due volti diversi: da una parte oli extravergine di qualità (nel cui ambito si collocano quelli a marchio Dop/Igp, che costituiscono quasi il 40% degli oli di qualità riconosciuti in Unione Europea), dall’altro extravergine industriali. che occupano uno spazio importante negli scambi con l’estero.

I prezzi nella gdo

Gli acquisti dei consumatori passano per l’84% attraverso le casse dei supermercati, dove la pressione promozionale è molto alta. Le differenze di prezzo sullo scaffale sono facilmente visibili, passando da 3-4 euro/litro sino a 11-12 euro/litro.

Negli ultimi anni il prezzo medio all’interno di super e ipermercati è cresciuto notevolmente, grazie a un’offerta che si è spostata verso le principali certificazioni (bio, dop/igp) e i prodotti del territorio. Nonostante ciò, la grande variabilità del prezzo medio determina una notevole confusione nel consumatore, che non riesce a capire a cosa attribuire questa grande variabilità e quale possa essere un livello di prezzo adeguato.

Considerando le principali voci di costo delle aziende agricole, rappresentate dai carburanti, dalla manodopera e dalle concimazioni, e dei frantoi (consumo idrico ed energetico, smaltimento dei rifiuti, oltre alla materia prima) il prezzo di un extravergine di oliva nazionale non potrebbe mai essere troppo basso.

Diverso è il discorso per gli oli di origine estera, per i quali occorre considerare la pressione competitiva della Spagna in ambito internazionale, a cui si aggiunge quella di altri competitor (Argentina, Cile, Australia), data dai grandi volumi, da differenti sistemi di coltivazione, oltre che da una maggiore efficienza dell’intera filiera.

Acquistare olio Evo

Spostando l’attenzione al solo mercato interno, l’olio Evo mostra grandi potenzialità, se si considera che l’80% dei consumatori presta attenzione alla provenienza del prodotto e che il 93% giudica quello della propria regione (o nazionale) superiore.

L’olio italiano o di provenienza regionale, quindi, presenta un grande margine di miglioramento in termini di apprezzamento e diffusione. Il passo in avanti da fare consiste nel mettere in luce alcuni aspetti, considerati importanti dalla maggior parte delle persone: dall’origine alla tracciabilità, dalle caratteristiche sensoriali al marchio di qualità, dagli aspetti nutrizionali alla marca e alla sostenibilità. Tutto concorre a generare conoscenza intorno a quello che non a caso è chiamato “oro verde”.

Il consumatore, infatti, non possiede le competenze per valutare la qualità dell’olio; nemmeno il gusto è uno strumento valido: si tende infatti a bollare come negativi gli oli amari o piccanti e a ritenere migliori quelli verdi e dolci. Scelte, dunque, che si rifanno a sensazioni soggettive e non a vere conoscenze nell’ambito. In una situazione di scarsa conoscenza come questa, risulta difficile valorizzare il prodotto e, conseguentemente, l’elemento di scelta è spesso rappresentato dal prezzo.

Da alcune analisi, risulta che il 40,5% è molto interessato ad approfondire le conoscenze sul mondo dell’olio d’oliva, soprattutto i giovani dai 25 ai 34 anni, più attenti a elementi legati all’esplorazione del gusto, la salute, il benessere e il regime nutrizionale controllato.

Le indagini Ismea rivelano che questa maggiore ricerca di informazioni ha finito con il dilatare il tempo di scelta trascorso davanti allo scaffale;si tratta di un’indecisione positiva, da parte di una quota sempre più importante di consumatori che vogliono conoscere di più sui prodotti che hanno un costo maggiore. Occasioni da cogliere al volo per la valorizzazione del made in Italy.